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Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino: dal libro al film alla realtà

“Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” (Wir Kinder vom Bahnhof Zoo) è un noto libro, la cui pubblicazione fu curata, nel 1978, dai giornalisti K. Hermann e H. Rieck e dalla stessa protagonista, Christiane Vera Felscherinow (in arte “Christiane F.”). Si tratta di una storia brutale, drammatica e, purtroppo, assolutamente reale, basata su fatti veramente accaduti che necessitavano di venire alla luce, nudi e crudi come sono stati esposti. Infatti, al centro della vicenda c’è la vita di Christiane, ragazzina con alle spalle un’infanzia difficile (un padre molto violento e una madre troppo spesso assente a causa del lavoro), la quale, costretta a crescere troppo in fretta, si avvicina all’orribile mondo della droga, l’unico in cui lei e altri ragazzi suoi coetanei (tutti di età compresa tra i 13 e i 17 anni) si sentono veramente ascoltati e capiti. I “ragazzi dello zoo di Berlino” (terminologia che tra l’altro non fa realmente riferimento ad un giardino zoologico, bensì ad una stazione ferroviaria di Berlino, la “Bahnhof Zoo”) divengono dunque la sola famiglia di Christiane che, lentamente, scivola sempre più in basso, arrivando alla dipendenza da eroina e alla necessità di prostituirsi (appena tredicenne) per procurarsi il denaro necessario ad acquistare la droga. Tuttavia, il libro narra anche una storia di rinascita (Christiane è sopravvissuta anche ad un tentato suicidio e ha potuto raccontare l’orrore di cui è stata protagonista) dal quale trarre sicuramente ispirazione e su cui riflettere. Infatti, dai fatti raccontati si evince come all’epoca, almeno a Berlino, non vi fosse alcuna istituzione o organizzazione in grado di fornire un aiuto concreto ai giovanissimi tossicodipendenti (più volte la madre di Christiane si metterà alla ricerca di strutture specializzate per la disintossicazione, ma senza avere mai realmente successo). Di conseguenza, se da un lato il libro può essere servito a mettere in guardia i ragazzi (e non solo) dalla degradazione connessa al mondo della droga, dall’altro esso ha violentemente aperto gli occhi su una situazione che fino a quel momento era stata più semplice ignorare. “Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è poi divenuto anche un celebre film del 1981, diretto da Uli Edel e interpretato da Natja Brunckhorst. Tuttavia, le differenze tra il libro e il suo adattamento cinematografico sono senz’altro numerose, soprattutto in quanto il film non è riuscito assolutamente a rendere la complessità della personalità della protagonista, cosa di cui ci si può facilmente rendere conto leggendo il libro. Infatti, Christiane è una ragazza molto intelligente e riflessiva, e tutti i suoi pensieri, essenziali per comprendere davvero la storia, non trovano spazio nel film, che si presenta come una successione di scene abbastanza monotone, seppur riprendendo comunque alcuni passaggi fondamentali presenti nel libro. La versione cinematografica, inoltre, sembra anche aver visibilmente riassunto tutta la vicenda, concentrandosi forse eccessivamente su alcuni punti, senza dubbio importanti, ma che avrebbero potuto essere ugualmente rappresentati sullo schermo senza sottrarre spazio ad altri fatti che meritavano l’inclusione nella pellicola. Anche dalle interpretazioni degli attori principali (nonostante Natja Brunckhorst sia sicuramente stata notevole nel difficile ruolo di Christiane F. , avendo all’epoca appena 15 anni) non traspaiono molti dei sentimenti e delle emozioni provate dai reali protagonisti della storia, il che rende i personaggi poco caratterizzati e crea anche una certa confusione. Tuttavia, l’atmosfera che si crea nel film, complice la ripresa dei reali luoghi frequentati dai “ragazzi dello zoo di Berlino”, è sicuramente riuscita e aiuta il lettore ad associare un’immagine concreta a dei posti descritti su carta senza troppi particolari. In più, la colonna sonora scelta, che consiste soprattutto nella famosa canzone “Heroes” del cantante David Bowie, sembra adattarsi perfettamente alle situazioni descritte e al mondo interiore dei protagonisti (inoltre nel cast è presente lo stesso Bowie, poichè all’età di tredici anni Christiane aveva preso parte ad un suo concerto). Da entrambi (sia dal libro che dal rispettivo adattamento cinematografico) è però possibile cogliere, quasi in egual misura, tutto il dramma del vedere giovani vite rovinate e spezzate dalla dipendenza, ma anche dall’abbandono effettivo delle famiglie che si trovano addirittura più smarrite, di fronte alla Berlino della droga e della prostituzione giovanile (e infantile), di quanto non lo siano i ragazzi coinvolti. Infatti, sebbene tra le due produzioni vi siano delle differenze sostanziali, le riflessioni che nascono a riguardo sono fondamentalmente le stesse. In primo luogo, quanto narrato porta ad interrogarsi sul ruolo giocato dai genitori dei bambini protagonisti, i quali, dalle crude parole di Christiane F., sembrano essere stati del tutto assenti in un periodo cruciale della vita dei figli, l’adolescenza, in cui si costruisce la propria identità e si ha senz’altro bisogno di avere delle figure forti sulle quali poter fare affidamento. Questo porta, di conseguenza, a colpevolizzare tali genitori, in particolare all’inizio l’atteggiamento distaccato e la totale noncuranza dimostrati dalla madre di Christiane (unica figura genitoriale ancora presente nella vita della ragazza dopo il divorzio dal padre) fanno sicuramente rabbia in quanto hanno senza alcun dubbio contribuito alle scelte di vita della figlia. Tuttavia, leggendo il libro si può anche facilmente comprendere che la stessa madre di Christiane F. è in realtà vittima di un sistema sociale in cui il lavoro e il conseguente potere d’acquisto degli individui primeggiano su tutto, anche sulla famiglia, per questo se, lavorando di più ,si guadagna di più, allora bisogna lavorare, anche se ciò significa sottrarre tempo prezioso ai propri figli. È anche da questi presupposti che però nascono le incertezze della nuova generazione, che si sente pressata ad affermarsi prima ancora di trovare la propria identità e per non dover far fronte a questo mix insostenibile di sensazioni, ecco che trova conforto nelle droghe e nella frequentazione di locali dove il volume della musica sovrasta il rumore dei pensieri.”Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino” è, dunque, un classico nato con lo scopo di diventare obsoleto, obiettivo, purtroppo, irraggiungibile, in quanto le tematiche affrontate non potrebbero essere più attuali. Infatti, se si prendono in considerazione, per esempio, alcune pagine Instagram dedicate al film e al libro, si può notare che i protagonisti sono addirittura visti come dei modelli quasi da imitare, perciò ,se da un lato è stata denunciata una realtà fino ad allora sconosciuta, dall’altro, attraverso “i ragazzi dello zoo di Berlino” e ,soprattutto attraverso Christiane F., sembra che il consumo di droghe pesanti e la vita di strada abbiano anche assunto un certo fascino agli occhi di alcuni ragazzini, a loro volta smarriti e con una personalità ancora da formare (si pensi, a questo proprosito, all’ “effetto Gomorra”). Ma purtroppo, come ben si sa, tutto ha i suoi pro e i suoi contro e, in ogni caso ,si può dire che attrazione e repulsione molte volte vanno a braccetto. Volendo trarre delle conclusioni, la testimonianza di Christiane F. non è sicuramente stata risolutiva per quanto riguarda il problema della tossicodipendenza, ma è stata il primo passo verso una sua presa di coscienza (in primis da parte delle istituzioni preposte all’assistenza dei drogati), ma anche verso una maggiore consapevolezza che sia il libro che la pellicola omonima hanno contribuito a far nascere in una società che, in casi come questo, non potrebbe certo dichiararsi innocente.

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